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Al Castello Incantato di Avella

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“Su quel poggio il mistero non vi abbandona mai, vi sforza all’attenzione, vi pesa addosso, come quando si aspetta qualche cosa e non si sa che. Forse errano attorno spiriti invisibili, come formiche sulla terra brulla, come ragni nelle muraglie, come vipere fra le macerie. Vi ronzano per la mente tutte le panzane dei contadini: le fate dei boschi che vi fanno ricchi; la volpe che mangia solo il cuore delle ragazze morte, e poi se ne lamenta al chiaro di luna piena; le streghe caprine a cavalcioni delle scope, il lupo eremita, che, ospitato per elemosina ruba la figlia del villano; la fanciulla bianca bianca che va giorno e notte cogliendo fiori e non arriva mai a farsene una corona per essere seppellita. E tutte insieme vi timultano in capo, danzando una ridda grottesca.” (Avella, Francesco Guerriero)

Tra tanti posti non avevo mai parlato del castello di Avella, perché ritenevo non ce ne fosse bisogno. Perché sicuramente altri ne hanno parlato, a partire dal Francesco Guerriero nel suo libro su Avella del 1888 che gliene dedica addirittura un intero capitolo. Perché sul castello ci sarebbe così tanto da dire e sarebbe stato un argomento troppo facile, rapido e bello per approfittarne anche io.

La pensavo così anche perché è uno di quei posti dove sono stata più volte in assoluto nella vita. Alla fine degli anni ’80 e ’90 era selvaggio, quando salivamo a fare delle passeggiate, io con i miei genitori e con i nonni, al massimo sentivamo il tintinnio dei campanacci delle pecore arrivare in lontananza. Il castello conservava la sua struttura originale, senza i moderni rimaneggiamenti. A volte avevamo delle scuse per andarci anche la sera, a partire dalle osservazioni in notturna con un bel telescopio. Sul castello passavano gli anni, le leggende e le comete, come quella di Hale-Bopp nel ’97. Così come io adesso sento di averci passato l’infanzia (e molti altri ragazzi), allo stesso modo provavano questi sentimenti di nostalgia e possesso le generazioni precedenti, che usavano il castello per passare un po’ di tempo. Si raccoglievano fichi d’india spontanei. La “bricconata” più classica che si poteva fare era salire all’interno della torre principale, che non aveva nessuna scala, neanche per entrarci, semplicemente arrampicandosi.

Agli occhi dei visitatori ‘stranieri’ che a volte portavo per una passeggiata pomeridiana, il percorso turistico del castello, ancora incompiuto fino a qualche anno fa, sembrava ad ostacoli e dava l’idea di una piccola avventura a portata di mano che li colpiva particolarmente. Entravamo ogni volta dal lato che affaccia verso Avella, Nola e Napoli e che è la salita più intuitiva, e non dal retro, riservando alla grande muraglia posteriore solo alcuni momenti prima di andare via. La natura è sempre stata rigogliosa ed è il posto fotografico – a portata di mano, s’intende – per eccellenza. Su quella unica ampia finestra sulla sinistra della torre che affaccia sulla catena di monti, sono state scattate migliaia di fotografie. Una cornice che racchiude gli anni ed il tempo che scorre, con la storia di tutta Avella.

L’ultima volta che eravamo stati qui, nel mese di maggio, prima del Castello Incantato, un’esplosione di coccinelle tra i fili d’erba e di bruchi a grappoli sulle ginestre ci avevano accolto nella salita. Li ho immaginati spiccare il volo, quei bruchi sospesi su piccole mongolfiere che lentamente si tramutano in ali, nascosti a gruppi per non essere mangiati dagli uccelli (e nessuno li mangiava: una sorta di rispetto per ciò che diventerà assolutamente bello?). Quegli stessi bruchi graziosi e pelosi che incontravo sulla strada per il Campo di Summonte, che volevo portare a casa con me e poi mi sparivano fra le dita.

Però, se in generale il castello è un posto dove stare in solitudine specialmente d’inverno, d’estate è spesso sede di attività, come i Lunedì Jazz al Castello, o da un po’ di anni, Il Castello Incantato, che è alla terza edizione, da un’idea di Bassa Irpinia. Così, con la “scusa” del Castello Incantato, finalmente ne parlo.

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Se negli anni precedenti si parlava del fantasma di una principessa al castello, stavolta è diventata una decorazione fissa della torre principale.

Personalmente, non posso che essere contenta di una festa medievale nel castello di Avella. Di feste medievali in Campania ce n’è qualcuna: la prima che mi viene in mente è quella di Rocca San Felice (AV), alla quale sono stata più volte, forse la più famosa e suggestiva di tutta l’Irpinia. E’ l’esempio, quella, di una festa medievale bellissima, per la falconeria, la torre, lo scenario complessivo. Un’altra festa molto gradevole è quella di Faicchio (BN), dove si organizza una corsa tra i galli, ma non sono certo le uniche due, poiché molti paesi organizzano delle rievocazioni medievali, come Gesualdo (AV), Teggiano (SA) e volendo potrei allungare di molto la lista solo usando paesi della Campania. E avendone viste parecchie (non solo in Campania, ma anche ad esempio in Toscana, tra le più commerciali posso citare Certaldo, dove fanno addirittura pagare un esoso biglietto d’ingresso), posso tranquillamente ammettere che Avella ha del potenziale più di molti altri posti.

Così saliamo al Castello Incantato. Due fate dai capelli rossi e la frutta secca ci accolgono all’ingresso. E’ la mortarella, la nocciola di Avella. L’accoglienza è molto buona. Non ci sono problemi per parcheggiare e le navette fanno avanti e indietro per chiunque ne abbia necessità, anche se a piedi si tratta di fare solo poche centinaia di metri, infatti scegliamo di andare a piedi.

La nuova strada predefinita sale al castello dal retro (mentre un tempo, come dicevo, si saliva dalla parte opposta, dove è più diroccato, dal lato che affaccia sui paesi verso il mare), mostrando direttamente il lato migliore del castello, quello più intatto. In questo stesso giorno, purtroppo, il 29 giugno 2018 un enorme incendio, quello dell’ecologia Bruscino a S.Vitaliano, guasta il paesaggio. Ma non è colpa nostra, di certo. Avella è il primo baluardo medievale di un mondo diverso che s’incontra allontanandosi dalla piana di Nola. E’ l’accesso all’Irpinia, al confine, territorio in cui i suoi abitanti contengono mescolate le abilità commerciali e comunicative dei napoletani ed il sangue normanno.

Intorno al castello ci sono tante leggende, una delle più interessanti è quella del diavolo serpente, ne parla, insieme ad altre, Francesco Guerriero. Il concetto ricorrente in queste leggende è sempre lo stesso: al castello di Avella era nascosto un tesoro (o dovrei dire che è ancora nascosto un tesoro, visto che nessuno l’ha mai ritrovato) protetto da spiriti maligni, da un diavolo-serpente e fantasmi e chi prova a portarlo a casa si ritrova sballottato sui monti, o ancor peggio nei rovi (di cui effettivamente il Partenio in alcuni punti è pieno: ne sappiamo qualcosa). Si può facilmente dedurre che alla fine dell’800 questo castello venisse descritto da molti come un luogo tetro, e un po’ fa sorridere che da posto infestato da spiriti sia diventato nel secolo successivo un luogo di giochi, di serate estive e di passatempi in compagnia. Il castello è tutto fuorché oscuro, e in effetti lo stesso Francesco Guerriero successivamente “si tradisce”, facendo un ode alla meraviglia della natura che lo attornia, del tutto in contrasto con le frasi da lui adoperate all’inizio del capitolo, che chiamavano in gioco acuti stridi di pipistrelli, tetre divinità, fuochi fatui del camposanto vicino, lupi, volpi che mangiano i cuori delle ragazze morte, Sabba colle streghe del nord e fantasmi di principesse inquiete. In effetti, questa cupa descrizione, che è seguita dalla trascrizione di 3 o 4 leggende nel dettaglio, e per ultima, una storia di tutt’altro tipo, senza tesoro, in cui una coppia di giovani amanti, Cofroa e Bersaglia, che erano un principe ed una principessa fuggitivi dalla Persia (dai capelli biondi lui, di straordinaria bellezza entrambi) presero possesso del castello. I due si amarono, ma la morte prematura della principessa portò Cofroa alla decisione di ritornare in Persia e abbandonare il luogo che prima gli aveva dato tanta felicità e adesso era solo sede di tristi ricordi. Bersaglia però, in questa leggenda, gli riappare e lo trascina con sé nella tomba. Quest’amore che li aveva uniti in vita, si avvale del diritto di decidere anche della morte di chi dei due era sopravvissuto, facendo morire Cofroa prima della partenza.
Storie dal fascino gotico a parte, le pagine di Francesco Guerriero sono per fortuna anche infarcite di elementi positivi, da descrizioni poetiche e da notizie storiche sul castello, che venne eretto lì dove prima sorgeva un tempio dedicato a divinità greco-romane, e che fu a lungo frequentato da sovrani normanni e longobardi (infatti presenta torri sia a base quadrangolare che circolare, ricordiamo che ciascun popolo aveva la peculiarità di fare torri di un particolare tipo). I longobardi introdussero nella zona il culto di S.Michele, non a caso un po’ più avanti s’incontra, sulla strada per le Fontanelle, la famosa grotta di S.Michele e la stessa fortificazione longobarda-normanna di cui stiamo tanto parlando è talvolta detta Castello di S.Michele.

E’ evidente che Francesco Guerriero ha una qualità in particolare: oltre a dare informazioni (che sono comunque numerosissime, ma riprese da altri testi, sostanzialmente), ha la capacità d’allungare il brodo e poi allungarlo ancora. Più che un libro di storia, è un ode ad Avella, scritto con un lessico ed un trasporto invidiabili ai migliori autori romantici (e del suo Sentimentalia – Lettere ad Amelia, si può dire lo stesso: quante persone in quegli anni, ad Avella, sapevano scrivere?). Sicuramente le idee di Francesco Guerriero risentivano delle mode del periodo, come su detto, del romanticismo e post romanticismo, ma ciò non toglie che questo su Avella è un libro che è un atto d’amore, pubblicato a sue spese – spese che il comune di Avella, nonostante le promesse, non rimborsò mai – da una tipografia napoletana, città in cui Francesco Guerriero, che era avvocato, lavorava.

Così, traendo spunto a sua volta da altre fonti, Francesco Guerriero in questo libro riporta la storia e le leggende di Avella aggiungendoci molto del suo.

Sulla storia del castello di Avella anche qualcun altro, di recente, aveva provato a lavorarci su. Era il 2008 quando sbobinavo, per conto di Nicola Pugliese, le registrazioni di Rainaldo II – Signore di Avella, Tufino e Campopiano, una rappresentazione teatrale – molto ironica – che mostrava le vicende del feudatario del castello Rainaldo, e che Pugliese, quasi cieco, stava componendo avvalendosi di un registratore. Ai tempi, ad Avella, nonostante l’autore fosse in vita e fisso al caffè letterario Pasquino nella piazza del paese – autore che ricordiamo aver scritto nel ’77 un unico ma perfetto libro per Einaudi, con prefazione di Calvino, dal titolo di Malacqua (tralasciamo la successiva raccolta di racconti brevi La Nave Nera, pubblicati solo nel 2008) –  nessuno aveva avuto tempo ed energie da dedicare per realizzarla davvero ed io stessa ai tempi mi tirai indietro presa com’ero dai miei studi universitari, che Pugliese definiva, prendendoci in giro con affetto, “aridi”. Rappresentazione che fu poi messa in scena dal fratello e regista Armando Pugliese molti anni dopo nei teatri di Napoli, ma che aveva come ambientazione originaria il castello di Avella.

Ma ritorniamo alla manifestazione Il Castello Incantato, che è il vero motivo per cui mi son rimessa a scrivere e la cui atmosfera è delicata come non credevo. Siamo al tramonto: si succedono la golden hour e la blue hour, che in gergo fotografico sono l’ora prima e dopo il calar del sole, in cui si mostrano particolari colori. Una danzatrice vestita di rosso, un mangiafuoco e gli spettacoli pirotecnici incalzano con l’approfondirsi della notte. Il servizio navetta va ancora avanti e indietro efficacemente come se fossimo in Svizzera. Di solito si pensa che sia meglio godere del castello quando non ci sono persone, magari rimpiangendo pure un po’ – poiché siamo nostalgici e dobbiamo sempre lamentarci – i tempi in cui era selvaggio e senza mano dell’uomo, per tanti anni dimenticato. Eppure il Castello Incantato non fa rimpiangere niente. Ascoltiamo gli Emian Pagan Folk, gruppo di Cuma specializzato in musica medievale. A seguire ci sono i Golfers, duo elettronico di Avellino.

Il Castello Incantato è una festa molto giovane, e quindi si ingrandirà ancora, ma le premesse ci sono già. E’ una festa diversa da quelle alle quali siamo abituati, diversa dalle tradizioni avellane ma che ben s’incastra nel meraviglioso scenario, e che può crescere, crescere ancora, perché dispone della sostanza, che altri paesi non hanno: il castello.

Se infatti, in tutte le leggende si parla di un tesoro al castello che non è mai stato ritrovato, è perché quel tesoro non può essere portato via.

Il tesoro è il castello stesso.

Perché, come scrive Francesco Guerriero, “si può campare mill’anni, ma una gita al Castello di Avella non si può dimenticare.”

E il Castello Incantato è uno dei tanti modi per mostrarlo a chi non c’è mai stato prima e viene da fuori – forse quello più adatto – strano non averci pensato prima. Ma d’altronde, sempre per citare le parole di F.Guerriero, se, seduti al castello su una pietra viva concava “non vi sentite poeti almeno per un quarto d’ora, state certi che non lo sarete mai, campaste più di Matusalemme”.  

Vi lascio con le leggende del castello tratte dal F.Guerriero, ma sicuramente se ne possono ricavare di altre, anzi, invito chi ne conosca a riproporle, ove sia possibile citandone le fonti.

Andate là, cercate, non molto lungi dal torrione, una pietra viva concava, sedete e fate colazione.
Se non vi sentite poeti – come dice Guerino – almeno per un quarto d’ora, state certi che non lo sarete mai, campaste più di Matusalemme; se non capite la sublimità di quella viva e giovane bellezza, che si desta col giorno al canto degli uccelli, allo sbocciare dei mughetti, al vibrare dell’aria serena e pura, girate il mondo come commessi di commercio per vendere acciughe e candele di sego, ma non mai con la pretesa di capire che cosa sia bellezza.

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Leggende del castello (originali, Francesco Guerriero, 1888):

La fantasia popolare ha popolato il Castello di una moltitudine di spiriti, e forse qualche contadino, sul far del giorno o sull’aprirsi della notte, li vide ballonzolare allegramente o avvolti in bianchi lenzuoli, come fantasmi, o coperti da lunghi e quasi aerei mantelli grigio-azzurri, che si confondevano con la tinta delle nubi…

Il diavolo con i piedi d’oca, la pistola e il tesoro

I vecchi del paese narrano – ma questi fatti appartengono al passato – che il diavolo, di notte, passeggia sul muro doppio, vestito tutto di rosso, con una spada grossa al fianco, con due corna, lunghe lunghe, coi piedi d’oca, e di giorno si nasconde nel sotterraneo del torrione, dalla genterella detto criminale. Quivi è la sua abituale dimora, la sua reggia, il suo trono; quivi celebra riti spaventevoli e custodisce immensi tesori, da lui, artatamente, carbonizzati. Quando qualcuno penetra nel sotterraneo e cerca il tesoro, l’amico spara una pistola; il sotterraneo s’empie di fumo e non se ne può più ritrovare l’uscita. Se non si lascia quello che s’è preso il fumo non cessa, e si potrebbe restare là morti. Se, per la furia di scappare, v’è rimasto nelle saccoccie qualche moneta d’oro, ecco, per la discesa della collina, il diavolo alle vostre calcagna, che grida: posa, ca pesa!

Il monaco con il cannone

Si racconta che un certo prete, che aveva il libro del comando, risolse di andare a prendere il tesoro; e menò seco trenta persone, che reputava coraggiose quanto lui. Diceva a quelle: – Sapete? Non v’impaurite di niente. Qualunque cosa vedrete è finzione. Quello… che sta là, vi può mettere paura: ma non vi può fare nessun male-. Vanno e si dispongono in giro nel torrione. Il prete comincia a leggere nel libro, ed a fare scongiuri e segni negromantici. Ed ecco, che in mezzo al circolo apparisce una testa, e poi, pian piano, sorge la persona di un monaco, che, l’un dopo l’altro, affisa quegli individui. Poi ricala, e risale, e di nuovo ricala; ed ogni volta, che andava giù, faceva sentire un gran rumore di danari, come cadessero più fitti di una grandine. Da ultimo, risale ancora, con un cannone in braccio. Lo posa a terra; poi, accesa una miccia, e preso il cannone con la mano sinistra, comincia a puntarlo in petto a ciascuno dei trenta. Il prete, frattanto, alzava la voce e gridava: Coraggio, coraggio, compagni! Non abbiate paura; è finzione, è finzione! – Mentre ciò diceva, il monaco, che teneva il cannone puntato innanzi al petto d’uno dei trenta, avvicinò la miccia per sparare. Per la paura, il poveretto casca immediatamente a terra. Nello stesso momento, il monaco dette un calcio in giro ai trenta; e più presto che non arrivi una palla di fucile, si trovarono chi sulla Montagnola, chi sul Ciglio, chi nel Vallone delle Rape e chi sul Campo di Summonte.

Il serpente

Altra volta, uno spirito andò in sogno ad uno e gli disse dove stava il tesoro. Dovevano andare a prenderlo in quattro persone. – Ma bada – gli disse – vi uscirà innanzi un serpente tanto grosso. Vi si alzerà diritto e vi si attorciglierà alla vita; vi vorrà mangiare e urlerà come un diavolo; ma non v’impaurite, che non vi potrà far niente. Dopo che ha visto, che voi non avete paura, quello se ne va, e comincia a spicciare dalla terra tant’acqua, che vi arriverà fino in bocca. Ma voi andate innanzi; quell’acqua, a poco a poco, si ritira. Poi vi usciranno innanzi tante persone con tizzoni di fuoco, che vi vorranno bruciare; ma, se non avrete paura, quelli vi bruceranno neppure un pelo. Arrivati dentro il sotterraneo, troverete un signore. Arrivati dentro un sotterraneo, troverete un signore. Voi dovrete prenderlo di peso, in quattro, e portarlo fuori. Ma, badate. Appena che lo prenderete, quello vi parrà più leggiero d’una piuma; ma, mano a mano, che andrete verso fuori, quello si farà pesante pesante. Voi non dovete parlare. Alla muta entrerete ed alla muta uscirete, fino a che l’avrete messo a terra fuori il terrione-. E così fu fatto. Andarono quelle quattro persone; e, senza aver paura né del serpente, né dell’acqua, né dell’acqua, né del fuoco, entrarono nel sotterraneo, presero quel signore in quattro, senza dire una parola, e si avviarono per portarlo fuori. Quando lo presero, non pesava quanto una piuma; quando stavano per uscire fuori, pesava più d’una soma di grano. Uno dei quattro, se non ne poteva più, fece: – Chi t’è natu! Quantu pisi! – Non fu parola detta. Subito acqua, vento, grandine, saette… Il Signore si trovò dentro e quelli sbattuti fuori a faccia a terra.

Il sortilegio del bambino morto ed il diavolo serpente

Altri raccontano che, quando il tesoro fu là sotterrato, vi fu ucciso sopra un bambino, da pochi giorni nato, e che un altro bisogna ucciderne per ristabilire la statu quo e potersene impossessare. Nel sortilegio, che si pratica con ampollina – messa su di un tavolo nel torrione, vicino alla buca del sotterraneo – in cui, dopo trecento de profundis e altrettanti . miserere, deve entrare il diavolo sotto la forma di un grossissimo serpente, bisogna stare bene attenti a non proferire nome di salto alcuno, altrimenti si corre il rischio d’essere, di botto, sbalestrati sulla cima dei più alti monti; e, quel ch’è peggio, ignudi, in mezzo ai più folti spineti.


[…]

“Comunque si sia, cosa vera è, che gli scongiuri non fanno niente; e ci si è provati tante volte. E così quel tesoro è sempre là, in potere degli spiriti maligni. Chi sapesse fare uno scongiuro buono? A parte la celia, questo mostra che un castello, al pari di un uomo, può diventare cadavere. Basta che una superstizione lo uccida. Ed il Castello di Avella è cadavere da tempo immemorabile! Peccato!”

La leggenda di Cofroa e Bersaglia

Narra la leggenda, che, nell’anno 300 dell’era volgare, un cavaliere percorse di volo quella pianura. Le zampe ferrate del suo cavallo, nero come l’ebano, sprigionavano fasci di scintille dalla terra. Le fanciulle avellane fissarono su lui cupidi gli occhi; ma il suo cuore non ebbe un palpito per esse. Era bello e prestante, era figlio del re di Persia e si nomava Cofroa. E’ bella era la sua Bersaglia, ma di umile condizione. Il suo occhio aveva il guardar dolce della gazzella; le sue chiome bionde le scendevano intorno al collo candido come neve; la sua voce era soave, come i concenti della sua lira.
Fuggitivi della Persia, col loro schiavo favorito Eraclione, vagabondi per contrade diverse, trepidi nella gioia del presente, immemori del passato, immersi nella beatitudine d’un sogno d’oro, cercarono un nido per covare la primavera del loro amore, delle loro ebbrezze, e lo trovarono su quella collina e vi fabbricarono quel castello, che risuonò sovente di celesti accordi. Là, su quel poggio, fra lo smagliante olezzare dei fiori, fra il sorriso del cielo, fra il verde dei prati ed il canto degli uccelli, con le farfalle, fiori alati dell’aria, con la mitezza limpida del cielo, con la voluttà dei profumi, complici silenziosi delle ombrie, con la quiete serena della campagna, con la gioventù fervida degli anni, con la bellezza delle forme, intenti nell’infinita tenda cilestrina, nel palpito unisono de’ cuori a contare le stelle col numero dei baci, a narrarsi i sogni – fantasie coriose, piene di luce e di fate – a farsi soprendere dal sole nel torpore dell’alba e nello spasimo degli abbracciamenti, si amarono di quell’amore, al quale non si sopravvive.
La morte è compagna dell’amore; Bersaglia morì e Cofroa, per dimenticare quei luoghi, testimoni delle sue gioie passate e dei suoi presenti dolori, decise di far ritorno in Persia.
Di notte, mentre scendeva dal Castello, udì, fra le ombre silenti e tiepide della collina, una fioca melodia, che gli giunse per gli orecchi dell’anima. Era una voce purissima e mesta di fanciulla, che accompagnava il canto con accordi tremuli d’un’arpa, lievemente sfiorata da mano destra e leggera.
Cofroa dimenticò tutto e fece per avviarsi al luogo, dov’era la fanciulla che cantava; ma presto si avvide che era impossibile scoprirlo. Il canto pareva ora subitamente ravvicinarsi, ora lentamente allontanarsi. Cofroa avrebbe giurato, che la voce venisse di sotterra; ma s’accorgeva ch’era sopra di lui, in alto, nello spazio purissimo del cielo. Non intendeva le parole della canzone; ma sentiva in quel momento, che quella musica parlava di lui, dei suoi dolori.
Intimamente commosso e con le lagrime agli occhi, continuò a discendere; ma il cavallo, ad un tratto s’impennò. Chi era quella larva, che gli appariva dinanzi? “Bersaglia, tu adorata fanciulla, tu dunque ritorni? La morte non ti rapì?” Con un cenno ella gli troncò la voce.
Il lieve vapore, che aveva composto quella forma, si diradò, l’ombra svanì; solo una pezzuola bianca, intrisa di sangue, stava per terra. Il cavaliere la raccolse e vi lesse: – Compagni in vita, saremo compagni anche in morte -.
Cofroa ripigliò affannato il suo cammino; ma ad un punto, il cavallo traboccò e giacque morto. Il cavaliere girò gli occhi e rimase attonito; non era più medesimo luogo, la collina era sparita. Che erano tutti quei sarcofagi? Ne stava aperto uno, uno soltanto, dal quale usciva un dolce lamento. Cofroa si appressò, gittò tremedo uno sguardo entro quel sarcofago e vi cadde tramortito.
Quel sarcofago li chiude ora entrambi. Colla bocca, appoggiata a quella pezzuola, intrisa di sangue, Cofroa spirò. E per la collina s’ode ora un flebile metro di dolore. E il rosiguolo, che ora piange là, durante tutta la notte, il sogno svanito dei loro dolci amori.

Tutto questo – si dice – è favola; ma potrebbe essere anche storia. Chi lo sa!

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Manifesto del Neofuturismo Esistenzialista Naturalista Acción Poética

Da una conversazione con Tommaso Palo:

– Per tornare al futurismo, pensavo che sarebbe bello fondare una corrente di “neo-futuristi”, con tanto di manifesto, di persone che decidono di trasformare azioni in poesia. Ma saremmo in pochi e al momento non servirebbe a niente.
– Mettere su un nuovo movimento di neo futuristi sarebbe fantastico… E’ vero saremmo in pochi ma li sarebbe la vera bellezza dell’iniziativa
– Infatti, ovvio che non possano essere ideali condivisi dalle masse. Ma chiunque, condividendo gli ideali del manifesto, sarebbe libero di aggregarsi
– Si si
Io ci penso seriamente <– vediamo qui come lo spirito del vero-neofuturista abbocca subito all’idea

– Va bene, io ho già una bozza/idea del “manifesto”, ovviamente ispirato ai poeti in azione cileni e al futurismo di Buccafusca, il tutto riadattato ai nostri tempi.  Ok, siamo già almeno in due.
– Due neofuturisti in azione!

E neo-futurismo sia.

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Cimitero di Villa Santa Croce, nei pressi di Caiazzo.

Negli anni ’40 Emilio Buccafusca lanciava poesie dal suo aeroplano sopra Caiazzo. Era vicino a Marinetti. Non è di certo l’unico futurista del panorama italiano, ma apparteneva al CAI Napoli. Personalmente non ho mai condiviso in maniera totale le idee del futurismo nonostante spesso finirono nelle mie letture (Come si seducono le donne di Marinetti era alquanto divertente). Non molti anni dopo, in Cile, ispirati al futurismo italiano, il regista-sciamano-fumettista Alejandro Jodorowsky – autore di alcuni film cult come La montagna sacra – insieme ad altri poeti, trasformano la poesia in azione ravvivando la città di Tocopilla. Questa parentesi poetica nella sua vita nel complesso piuttosto varia e movimentata è descritta nel film autobiografico “Poesia sin fin“, del 2016.

Ma perché non ricreare qualcosa del genere anche ora, ad Avella, nel Mandamento, visto che di atmosfere simil-cilene non ne mancano?

Un esempio di un atto futurista: Fumogeno dal Ciesco Alto

Osservare: “come se fossimo in uno stadio”. 3 persone e un cane. Nel frattempo, da due terrazze a Nola in punti differenti, altri due poeti-fotografi in azione riprendono e fotografano il fumogeno dall’imbuto-bocca del Ciesco Alto in lontananza.

N.B. Il fumogeno non è da considerarsi inquinante o un problema per l’ambiente, disperdendosi molto velocemente ed essendo in quantità estremamente ridotte. Il suo prezzo irrisorio può dare un’idea dell’impatto ambientale.

Filosofia del Carpe Diem

La filosofia del “carpe diem” è spesso molto fruttuosa, come l’idea di approfittare di cose brutte per farne altre belle o di scegliere, di proposito, alcune “strane”, con l’obiettivo di sovvertire l’ordine ed il senso comune. Questa è sempre stata la radice del mio pensiero, appresa ovviamente dalle persone che ho avuto intorno e dalle situazioni che la vita pone continuamente. L’inattività è molto stancante. Non avere idee è molto stancante. L’ordinarietà è stancante.

Il neo-futurismo naturalista prende ispirazione da Buccafusca e dai poetas en acciòn cileni, riportandolo al mondo attuale e al nostro contesto.

Manifesto del Neo-Futurismo Naturalista, Avella, 10 Marzo 2018.

  1. La poesia è azione. Essa non è scrittura, confinata tra le pagine. La poesia ci difende dalla bruttezza e dalla degradazione. Ci permette di vedere le cose con occhi diversi. E’ una maschera che si sovrappone alla disillusione. Gli atti poetici sono veri, concreti.
  2. Realtà e sogno nel mondo del poeta si confondono.
  3. Il neo-futurista è coraggioso, non si vergogna dei suoi sogni confusi che lo porteranno alla salvezza interiore.
  4. Il neo-futurista naturalista ama il pericolo ma rifiuta la guerra. L’atto poetico non deve mai essere distruttivo.
  5. Se la vita non ha senso, si sfidano le leggi del caos con dell’altro non-senso, che però non è imposto dall’alto, bensì una scelta personale.
  6. Al primo posto c’è l’immaginazione, sempre, per arricchire la realtà monotona di nuove sfaccettature. La realtà non è mai monotona, è l’uomo chiuso che la rende tale. Il neo-futurista naturalista rifiuta la noia.
  7. Mai e poi mai le azioni del neo-futurista naturalista dovranno essere utilizzate per apparire di fronte alla società o per soddisfare il proprio ego. Il neo-futurismo naturale è in primis uno stato personale, a costo di rimanere confinato nel cassetto. L’interesse per le cose a cui ci si dedica deve essere autentico e disinteressato.
  8. Ciò che è naturale è legato all’istinto, perciò l’azione può essere improvvisa e istintiva.
  9. Passato e futuro ritornano continuamente, intrecciandosi. Il presente è nuovo, e a volte nasce proprio come miscela delle due cose.
  10. Cultura e bellezza appartengono a tutti e devono essere condivise (ovviamente, a chi ha interesse e sensibilità per fruirne: non va sprecata o gettata in pasto a chi può rovinarla).
  11. Nella bruttezza è nascosta bellezza.
  12. Il neo-futurista che potrebbe apparire ingenuo nei suoi sogni irrealistici sa bene che casualità dell’esistenza, vigliaccheria e logica del profitto degli altri esseri umani lo bastoneranno e derideranno le sue idee. Non per questo smette di averne.
  13. Un esempio di un atto neo-futurista: scrivere un manifesto neo-futurista. In sostanza già scrivere il manifesto del neo-futurismo naturalista nel 2018 è in sé un atto neo-futurista. Non comporta alcun profitto ed espone a critiche in una società in cui non c’è spazio per pensare a cose del genere.
  14. I neo-futuristi naturalisti sono liberi di associarsi tra loro o semplicemente di definirsi tali se condividono i punti del manifesto, di prendere spunto da essi per migliorare le loro esistenze e smettere di annoiarsi, a patto di non violarne i punti fondamentali, come il fatto che l’atto poetico non deve essere mai distruttivo.
  15. Cosa penserei io di chi scrive un manifesto del genere? Che è pazzo, pazzo da legare, e lo stimerei per questo.

 In conclusione, voi non lo sapevate, ma ad Avella e nel Mandamento ci sono i futuristi.

Salire al Ciesco Alto in una gara può intendersi un atto neofuturista. Immaginare una competizione che dal palazzo baronale di Avella porta gli atleti sulle creste, altrettanto. Mentre nel frattempo bande del paese ed atti teatrali animano il paese in una festa surrealista.

Credere a questa cosa? Beh, è possibile. Dipende dai giorni. Dall’ora della giornata. Da come state. Da quanto avete voglia di immaginare.

Io ci credo, e voi?

Letture:

Psicomagia di Alejandro Jodorowsky,

Emilio Buccafusca e il futurismo a Napoli negli anni Trenta 
Guida sentimentale ai monti del sud – Emilio Buccafusca
Manifesto del futurismo

Note:
Il termine neo-futurismo esiste già, e si riferisce perlopiù a una corrente architettonica.
Il punto 5 giustifica il termine “esistenzialista” nel titolo, che non è però di per sé essenziale.

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Noi abbiamo la catena

– Ma cos’è il Rio Secco? Il Rio Secco non è niente. E’ tra il Travertone e Niente. Il vallone Serroncello, ovvero la Valle delle Fontanelle, è tra il Travertone e la catena. Noi abbiamo la catena. (cit. L.)

Noi abbiamo la catena. Neanche fosse il Monte Rosa.

Lo sapevate che abbiamo la catena? Piena di neve. Lunga, impervia, imperiosa. Da un versante Avella, dall’altro Cervinara. Come Macugnaga e Saas Fee. Come Cervinia e Zermatt. Avella: il Piemonte o la Val d’Aosta, Cervinara: la Svizzera.

Giovedì santo, zuppa di cozze. Vi siete mai accorti che dal Vulcano è possibile vedere le montagne? Le belle giornate sono belle giornate anche nei posti più vili. Anche nei parcheggi dei centri commerciali.

Così con un uovo di Pasqua in mano – coniglietti e baci Perugina – ci affacciamo a sognare la catena. Una luna piena di giorno, come un uovo, guarda lei noi. La primavera è arrivata, la neve anche.

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Barletta

Toccata e fuga per Barletta alla ricerca di Casa De Nittis. Una città di marmo bianco, claustrofobica, araba, su un mare liscissimo e piatto ed un castello grandissimo di cui nessuno parla mai. Facciamo l’antica strada per arrivare in Puglia: siamo alla ricerca del fiume Ofanto che De Nittis nel primo periodo della sua vita a lungo dipingeva. L’Ofanto è nascosto e non si riesce a scorgere in modo plateale. Primo bar, secondo bar, terzo bar: non hanno neanche il latte. Soffrirò tutto il giorno per la mancanza di una Coca Cola, anche quella evidentemente una scelta troppo modernista e ambiziosa. A Calitri ci procuriamo una pizza decisamente buona. Biglietto cumulativo 8€ per Casa De Nittis e il castello. Scorriamo nelle sale. I quadri sono stati donati da Léontine, vedova, al museo di Barletta e la maggior parte di questi la raffigura. Molti sono incompiuti ma altri sono perfetti, tra i migliori che l’artista abbia mai fatto e ve ne è una serie sui paesaggi innevati, su quelli della sua terra, sul figlio, e lo splendido Colazione in giardino, il cui tema – ed anche il titolo – è lo stesso di un quadro di Manet. Il castello è immenso, circondato da un enorme fossato, sembra un palazzo giocattolo di gusto orientale. E’ la tipica città di Puglia. Come Andria, Venosa. Mi ricorda anche il castello di Besançon che dominava la città dall’alto, anche quello aveva un fossato. Le sale non sono state riempite per errore, con opere a caso, ma sono piene di cose pregevolissime, di ottimi pittori napoletani. Ci sono anche oggetti particolari come giochi dell’oca e pettini e cravattini. Sul terrazzo si può osservare il panorama di Barletta. Un tramonto giace offuscato nella nebbia e questa città bianca pare fatta di nuvole. Si dissolve e riappare come un’illusione in barca, quando si è lontani miglia dalla costa. E’ una città fantasma, pirata, e specialmente deserta, nonostante sia sabato sera. Al museo avranno fatto in un giorno intero solo due biglietti, e i riscaldamenti sono accesi, a tutta forza, nell’intero mastodontico castello. Al piano inferiore vi sono anche delle segrete magistralmente ristrutturate. Tra Casa De Nittis e il museo del Castello incontriamo la Cantina della Disfida, dove, nel 1500, si scontrarono 13 francesi e 13 italiani. Barletta era di proprietà spagnola, ma i francesi, che ai tempi si divisero i territori con gli spagnoli, rivolevano Barletta che era molto ricca, così assunsero 13 soldati mercenari italiani che si sfidarono con varie armi, lance, armi, spade in un campo di battaglia con i francesi. Nella Cantina della Disfida avvenne l’offesa da cui partì tutto. L’unico a morire nella disfida fu un francese, che in realtà era un italiano: un italiano di Asti, che evidentemente si sentiva molto più francese che italiano. Fu considerato un traditore, e gli italiani decisero a tavolino che era l’unico che doveva morire. E da qui si può capire il poco apprezzamento per i piemontesi e per il nord in generale da parte di alcuni elementi del popolo pugliese. Da qui si può capire perché tante persone, nel profondo sud, si dichiarino neoborboniche e filospagnole in generale. Guai a dirgli che siete filofrancesi e anticlericali! In Italia ogni regione è un mondo a parte. Fuori dalla Cantina della Disfida, ci guarda un tempietto eretto da Mussolini, di cui certi barlettani parlano con orgoglio, lamentandosi del fatto che il PD nel 2005 l’abbia ristrutturato e sia stata tolta la targa in cui si nominava Mussolini, scrivendo solo “Ristrutturato nel 2005.” “Però sono tanti anni che qui votiamo sempre PD!”, dicono senza rammarico. L’affezione al Duce è ancora molta, che d’altronde diede all’epoca anche cinquantamila lire per Casa De Nittis. E’ in questi posti che il fascismo aveva preso: dove non c’era niente, dove non c’era nulla da perdere. Dove il fascismo poteva portare un miglioramento. Che la Puglia fosse così attaccata alla destra, non lo sapevo. Di cosa vivono, mi chiedo, guardando fantasmi qua e là sgaiattolare frettolosamente da un portone all’altro, sono spesso biondi, con occhi d’acqua. Forse il mercato della droga che sbarca a Brindisi e si distribuisce poi su tutto il litorale? E loro, come si intratterranno qui negli anni della loro esistenza? Barletta è bella, eppure non voglio svegliarmi ancora a Barletta. Aprire la finestra la mattina e affacciarmi da un panorama come quello dal castello sarebbe come svegliarsi su una barca in mezzo al mare che non va da nessuna parte. Voglio scappare.

Ci spostiamo a Margherita di Savoia, poco più avanti della Foce dell’Ofanto, percorrendo una strada paludosa che costeggia il mare nella notte. Margherita di Savoia è una località rinomata per il mare, di fianco Barletta, l’acqua qui è più pulita. C’è un corso di negozi, ma offre poco ai visitatori, tutto sommato neanche una pizzetteria. Cerco invano e con affanno una Coca Cola: non la hanno neanche al supermercato. “A Barletta c’è la vita, dovevate andare là!”, ci dicono, pensando a Barletta come un sogno. “Ma se Barletta era deserta”, rispondo. Ok, forse era l’ora sbagliata. Ma neanche più di tanto. E’ sabato, e Barletta fino alle 18 non ha nessuno per le strade, i negozi sono chiusi e non hanno orari. Forse hanno un’idea di falsata di cosa sia la “vita”, e noi che qui ci lamentiamo dell’offerta dei bar. Può darsi che Barletta nella notte si affolli, che ci siano locali aperti e movida. Ma non sono pentita di averla lasciata, e voglio lasciare anche Margherita di Savoia. Galoppiamo via. Il sud è più profondo di quanto s’immagini, specialmente d’inverno.

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Napoli: Da De Nittis a Gemito, la mostra temporanea a Palazzo Zevallos sui pittori napoletani che andarono a imparare le tecniche dell’impressionismo a Parigi

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Pranzo a Posillipo, De Nittis, particolare.

Da De Nittis a Gemito: com’è rimanere bloccati in una diligenza del 1867 

Ultimi giorni per visitare la mostra su De Nittis in scadenza l’8 Aprile a Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli. Tutto il tempo che volete invece per osservare il Passaggio degli Appennini nell’Ottocento Privato di Capodimonte: un quadro sul quale è ancora aperto un dibattito sull’esatto punto che De Nittis ha voluto raffigurare, e che sicuramente si tratta di un paesaggio irpino.

Il percorso: “Da De Nittis a Gemito”, mostra temporanea – dal 6 dicembre 2017 all’8 aprile 2018 – a Palazzo Zevallos Stigliano in via Toledo a Napoli, di fianco alla sede storica del Banco di Napoli. Lo stesso palazzo Zevallos appartiene alla banca e infatti l’ingresso è gratuito per i clienti del gruppo Banca Intesa Sanpaolo. L’edificio ospita una collezione permanente di quadri di straordinario valore di proprietà della banca (tra cui un Caravaggio, Il Martirio di Sant’Orsola) ed attualmente una mostra temporanea su una particolare corrente pittorica costituita da alcuni artisti napoletani che nell’800 andarono a Parigi ad apprendere le tecniche dell’impressionismo. A dare il nome alla mostra è, insieme a Gemito, De Nittis, il più rappresentativo degli artisti esposti e probabilmente quello che fu considerato il migliore di questa corrente. Il percorso si può proseguire – conseguenza non banale – visitando Ottocento Privato a Capodimonte: qui si possono ammirare i due De Nittis rubati nel 2005, quando, in un trasferimento da Milano a Napoli, dove i quadri dovevano tornare dopo essere stati esposti in una mostra temporanea, il furgone che li trasportava fu aperto e tre De Nittis furono sottratti. Nel 2010 due di questi quadri, Il passaggio degli Appennini e Casale nei dintorni di Napoli, sono stati ritrovati a Venezia e dopo un restauro riportati a Capodimonte dove sono stati collocati in una sezione privata dedicata all’Ottocento, un piano ammezzato normalmente chiuso al pubblico. Per visitare le sale di Ottocento Privato occorre prenotazione che si può effettuare inviando una mail all’indirizzo del museo. Il percorso su De Nittis prosegue ancora idealmente per Barletta dove si trova la Pinacoteca De Nittis, da raggiungere ripercorrendo l’antica Strada delle Puglie che faceva la diligenza in quegli anni e che l’artista, originario di Barletta, prendeva per giungere a Napoli. È da qui che ritrasse, in un momento di sosta, proprio Il passaggio degli Appennini rubato nel 2005.

Orari e costi: Palazzo Zevallos Stigliano, via Toledo Napoli – venerdì dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso alle 17:30) – Sabato e domenica dalle 10 alle 20 (ultimo ingresso alle 19:30) – biglietto intero 5€, ridotto 3€, gratuito per convenzionati e clienti Banco di Napoli, scuole, minori di 18 anni, ogni prima domenica del mese.
Ottocento Privato Capodimonte: mandare una mail con richiesta di prenotazione all’indirizzo del museo. Costo: normale costo del museo. 12€ intero – 8€ ridotto.
Pinacoteca De Nittis, Barletta: intero 4€, ridotto 2€. Cumulativo castello, pinacoteca e cantina della Disfida: intero 8€, ridotto 4€.


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Giuseppe De Sanctis – Figure nel parco della Villa Comunale

“… rappresentar figure e cose, non viste, ma immaginate e vere ad un tempo” – Domenico Morelli

Io trovo che sia più facile scrivere quando non c’è niente da dire. Tenere in mano e voler discutere di certi capolavori è pretenzioso, eppure a volte interessa troppo qualcosa per lasciar perdere. E poi c’è così tanto da dire che ho paura di dimenticare alcuni punti per la strada, di non riuscire a condensarli tutti in un tempo ragionevole, ho paura di scrivere per giorni senza fermarmi più, ho paura di finire in questo quadro e non uscirne più.

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Il passaggio degli Appennini (1867). Fu presentato a Firenze con il titolo Una diligenza in tempo di pioggia

E in effetti forse il problema è che io sono rimasta qua dentro. Nel Passaggio degli Appennini di De Nittis. In quel cielo plumbeo con la neve ai lati. Con un sole d’inverno che filtra tra i buchi come quelli di un ritaglio di carta. Sono bloccata in una diligenza del 1867, che quasi sicuramente andava da Napoli a Barletta. A che serve parlare del fatto che con questo Passaggio degli Appennini, De Nittis aveva raggiunto già, giovanissimo, uno dei suoi massimi livelli, quando basta guardarlo, per finirci dentro? Parole sprecate. Io sento quelle ruote della diligenza scivolare sopra la neve. Una prerogativa di De Nittis poi sono sempre stati i cieli, come scrive nei suoi taccuini:

“A volte, felice, restavo sotto gli improvvisi acquazzoni. Perché, credetemi, io l’atmosfera la conoscevo bene; e l’ho dipinta tante volte. Conosco tutti i colori, tutti i segreti dell’aria e del cielo nella loro intima natura. Oh il cielo! Ne ho dipinti di quadri. Cieli, soltanto cieli e belle nubi. […] E’ con il loro cielo che mi raffiguro i paesi ove sono vissuto: Napoli, Parigi, Londra. Li amo tutti. Amo la vita, amo la pittura. Amo tutto ciò che ho dipinto.”

“Napoli, Parigi, Londra. Amo tutto ciò che ho dipinto”

Bisognerebbe leggere con attenzione i suoi taccuini (Electa, 15€), raccolti dalla moglie Léontine dopo la morte del marito, per individuare il punto esatto in cui è stato fatto questo dipinto. E che in effetti è oggetto tuttora di ricerca, ma seguendo considerazioni cronologiche il luogo dovrebbe trovarsi sulla tratta da Napoli a Barletta, poiché De Nittis era originario della Puglia e a lungo aveva dipinto l’Ofanto e gli scenari della sua terra. Solo successivamente si spostò prima a Firenze per esporre questo quadro e poi a Parigi, perciò questa diligenza in un giorno di pioggia deve trattarsi necessariamente di un paesaggio irpino. Le nubi sui monti, o colline che siano, non lasciano molti aiuti oggettivi all’osservatore. Le case nel frattempo saranno cambiate. Dovrebbe trattarsi, secondo alcuni, di un passo compreso tra Pratola Serra ed Ariano Irpino, sulla Strada delle Puglie che abitualmente faceva la diligenza, realizzato in un momento di sosta. Dopo, De Nittis deve essere risalito sopra la diligenza e ha continuato il viaggio.

Per avere un’idea di com’era viaggiare sulla diligenza da Napoli ad Avellino in quegli anni si potrebbe leggere La giovinezza di De Sanctis (1817-1883), che anche lui, originario di Morra De Sanctis (Avellino), studiava a Napoli e si ritrovava a fare avanti e indietro con la diligenza ogni tanto. Allo stesso modo, De Nittis, da ragazzo, di origine di una buona famiglia di Barletta, nonno architetto, andò a studiare all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, da dove però fu rapidamente espulso.

In assenza di Taccuini e di De Sanctis si può sfogliare una rivista monografica su De Nittis di Fernando Mazzocca, Giunti, in vendita al palazzo Zevallos. Mazzocca è uno dei curatori della mostra temporanea al palazzo Zevallos di Napoli, visitabile fino all’8 aprile e organizzata da Gallerie d’Italia. La mostra è iniziata il 6 dicembre, che poi è il motivo per cui vi sto parlando di De Nittis, ora.

In pratica, mentre passeggiate su via Toledo, o via Roma, come la vogliate chiamare, trovate questa mostra, in un palazzo storico appartenente al Banco di Napoli, e ci finite dentro. Il prezzo è irrisorio (5€, ridotto 3€, gratuito per i clienti del Banco di Napoli) ma il contenuto è di un valore immenso. La collezione permanente non è da sottovalutare, ma ciò che è stato portato e che rimarrà fino all’8 Aprile, rende il tutto, nel complesso, straordinario. Di De Nittis qua dentro ce ne sono un sacco, al punto che dà il nome alla mostra.

Non vi troverete però qui Il passaggio degli Appennini. Perché è stato rubato. Nel 2004. E poi ritrovato. Ora è nell’Ottocento Privato al Museo di Capodimonte. Solo per chi lo merita, solo per chi ci tiene veramente. Io direi che ci tengo veramente, sono su quella diligenza dal 31 dicembre. Ancora deve arrivare.

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Napoli, via Toledo: impressioni di pioggia – Carlo Brancaccio

Via Palizzi, Via Mancini, Via Morelli, sono tra le più belle vie di Napoli. Oddio, di strade belle ce ne sono tante, ma questi nomi vengono dai migliori pittori napoletani dell’800. Sono quelli esposti al Palazzo Zevallos fino all’8 Aprile. Non c’è memoria però di una via De Nittis. Al secondo piano del palazzo, nella collezione permanente, ci sono altre cose da non trascurare, altri che hanno dato nomi a strade. Pitloo, Gigante, Luca Giordano. Tutti nomi di strade del Vomero. E anche un Caravaggio, Il Martirio di Sant’Orsola che è momentaneamente a Milano.

Ma torniamo a De Nittis, che dà il nome alla mostra, insieme a Gemito. De Nittis è conosciuto più in Francia che a Napoli. I suoi dipinti sono esposti al Museo d’Orsay in mezzo a quelli dei migliori impressionisti, ed era intimo amico di Manet. Ciò che differenziava questi pittori napoletani dagli impressionisti parigini era proprio venire da una formazione classica, che in qualche momento della vita fu anche motivo di critica: qualcuno diceva che i loro dipinti fossero più alla moda e adatti al grande pubblico e che stavano perciò approfittando del mercato. In realtà ognuno dipinge ciò che sente, e loro venivano da una formazione diversa, perciò dipingevano così, si differenziavano naturalmente perché le radici erano diverse. Erano andati a Parigi a imparare le tecniche dell’impressionismo, il primo era stato Morelli che prese casa nella foresta di Fontainebleau. Ma il migliore di tutti era De Nittis, che era sempre insieme a Manet. All’inizio della loro conoscenza, si scambiarono due quadri. Manet gliene regalò uno suo e De Nittis ricambiò. I due sono evidentemente vicini, erano molto amici. Oggi i De Nittis, probabilmente il più rappresentativo degli esponenti di questi impressionisti napoletani, sono a Capodimonte, Barletta, Parigi, qualcuno anche tra Lucca e Viareggio.

De Nittis muore a soli 38 anni. Il padre è un dissidente politico e muore suicida quando Giuseppe De Nittis ha 10 anni. La madre era già morta quando aveva 4 anni e non ne ha alcun ricordo, ma pare assomigliasse alla moglie Léontine. I due fratelli De Nittis, fin da subito praticamente orfani, passano sotto la protezione del nonno Vincenzo, architetto delle saline di Barletta. Giuseppe De Nittis si iscrive all’Accademia delle Belle Arti ma ne viene espulso. Un altro che si suiciderà presto è il fratello Vincenzo.

Non si può dipingere tanto per dipingere: De Nittis era evidentemente un’anima irrequieta e trovo strano che avesse già messo da parte nei taccuini la sua autobiografia. Muore giovane, a 38 anni a causa di un’edema polmonare e cerebrale. Lascia sola la moglie Léontine con una moltitudine di debiti. Ne avevano fatte di feste nelle loro due ville a Parigi. Però molti dei loro quadri li avevano anche ricomprati e donati al museo di Barletta.

La moglie Léontine è ricorrente nei quadri. In particolare nel Pranzo a Posillipo, incompiuto. “Nelle serate di luna piena ci riunivamo in terrazza a cenare.” Sullo sfondo Palazzo Donn’Anna.

Quell’incompiutezza, quei volti sfocati, danno ancora maggiore veridicità all’istante catturato. Siamo davvero vicini al mondo della fotografia. A volte ci si dimentica che impressionismo vuol dire impressioni. Come in Colazione in giardino. Un tovagliolo spostato, Léontine e il figlio Jacques. Un posto vuoto, appena lasciato da De Nittis.

E poi, un’altro elemento ricorrente, è il continuo ritrarre l’Ofanto. Il passaggio degli Appennini. De Nittis è considerato uno dei grandi sconosciuti che ha trovato la sua fortuna altrove.

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Casale nei dintorni di Napoli, De Nittis

L’Ottocento Privato

Nell’appartamento della figlia del re Francesco I è allestita la mostra Ottocento a Capodimonte, o anche detta Ottocento Privato, visitabile solo su prenotazione in data concordata. Questo appartamento al primo piano, i cui balconi affacciano su Capri, è stato arredato con pregiati mobili dell’epoca e comprende pezzi meravigliosi della collezione del Museo, tutti relativi all’Ottocento, disposti in un luogo maggiormente riservato per preservarli dal grande flusso dei visitatori, i quali comunque nelle sale principali del Museo trovano già quello che intendono vedere, pure troppo per fruirne con attenzione. Nell’Ottocento Privato vi sono opere di Gigante, Gemito, e ciò che a noi interessa, i De Nittis rubati nel 2005: Passaggio degli Appennini e Casale nei dintorni di Napoli. I quadri di De Nittis erano stati assicurati per due milioni di euro ma pare valessero molto di più. Erano stati spostati a Milano alla fondazione Mazzotta per un’esposizione temporanea e stavano ritornando al museo di Capodimonte al quale appartenevano. Il furgone parcheggia in viale Kennedy, a Fuorigrotta, e l’autista va in albergo e riposare, lasciando il furgone incustodito, sulla strada. Al ritorno tre De Nittis sono scomparsi: “Il passaggio degli appennini”, “Casale nei dintorni di Napoli” e “Il caffè”. Due di questi vengono ritrovati nel 2010 in un garage a Venezia, danneggiati affinché si confondessero e non venissero riconosciuti, il cielo di uno dei quadri era stato modificato. Non è stato trovato più Il caffè, il cui furto evidentemente era stato commissionato (e gli altri due, presi in aggiunta) e il quale sarà stato evidentemente venduto nell’immediato.

Nell’Ottocento Privato i quadri sono senza didascalia e una ragazza, la mattina del 31 dicembre, ci accompagna con pazienza nella visita, consultando nella legenda ogni volta che abbiamo curiosità di qualche opera. Tuffolina, la Schiava Turca, Casciaro, Pratella si susseguono e infine un volto di donna dallo sguardo a metà tra la rassegnazione e la tristezza, che guarda altrove, che a lei non sembra bella, ci offre il suo congedo.

“La bellezza non è nella perfezione.”

Ma certe cose ci si avvicinano. Sembra quasi che la si tocchi, la perfezione, nell’incompiutezza, nell’approssimazione, nell’impressione fugace di certi quadri.

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Un tavolo intarsiato raffigurante Catania

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Boh.

Nella to do list di questa settimana (tra tante settimane nella vita) c’era di telefonare ad un noto centro di raccolta della zona per una visita guidata. E’ andato dopo poche ore a fuoco. Mah.

Il bello è che per anni la visita era stata rimandata/dimenticata (inizialmente organizzata con l’università ma mai più fatta) e mi era ritornata l’idea trovandomi davanti all’improvviso il numero di telefono. Si vede che non era destino.

Primo giorno di Mamm’ell’Art: Lauro a Fumetti, Lunedì 2 Luglio: ecco com’è andata e quali saranno le prossime attività

Pomeriggio d’estate. Tè alla pesca con granita al limone dentro: usanze locali. Primo giorno di Mamm ‘ell’Art, organizzato dalla Pro Loco Lauro. Dalle 10.30 sotto il sole rovente di luglio, il disegnatore milanese Gabriele Falzone ed una sua collaboratrice, realizzano un nuovo murales per la seconda edizione del festival artistico di Lauro. Il disegno rappresenta l’incendio al castello Lancellotti ed è il secondo murales degli ultimi anni per il paese, dopo gli affreschi naif realizzati negli anni ’70 in piazza Mercato, ora in uno stato di abbandono. Infatti già l’estate scorsa, altri due autori milanesi, Omer & d-Egon sempre nell’ambito di Mamm’ell’Art hanno raffigurato una loro versione dei patroni di Lauro S.Sebastiano e S.Rocco.

Nel pomeriggio, al palazzo Pignatelli, presentazione del fumetto “La Rabbia”, disegnato dallo stesso Gabriele Falzone e sceneggiato da Salvatore Vivenzio, classe 1997, proprio di Lauro. Pubblicato per Shockdom – un’ottima casa editrice di fumetti – ed ambientato a Quindici, La Rabbia è una storia di boxe e camorra, in cui le energie negative del protagonista vengono incanalate in qualcosa di diverso dalle attività malavitose.

Inoltre, uno stand presente in questa giornata intitolata Lauro a fumetti: quello di ALT – Lettori Torresi, casa editrice di Torre del Greco, che ha pubblicato altre opere di Falzone e Vivenzio, come Gamble (Vivenzio-Falzone-Raimondi), La Veglia (Vivenzio-Raimondi), Kristen (Vivenzio-Raimondi). In serata, il live drawing di Gabriele Falzone.

Gli eventi di Mamm’ell’Art proseguiranno nel fine settimana con:

6 Luglio – Concerto della Band
PRETTY ROSE AND THE SWING MACHINE
Ingresso gratuito
Stand Gastronomici a cura di Chicken n’Chips

7 Luglio – Spettacolo teatrale “ZERO – Storia di guerra in tempo di pace”, di Daniele Acerra, ingresso 5€, produzione Il Demiurgo + La Caverna

8 Luglio – La band Zero Resistance in concerto al Palazzo Pignatelli – Lauro (AV)
Previsti stand gastronomici

Per quanto riguarda invece le attività della compagnia Il Demiurgo nel resto della Campania, si segnala il seguente calendario:

La bella e la bestia all’Aperia della Reggia di Caserta, 21-22 Luglio, costo 20€
Alice all’Aperia della Reggia di Caserta, 28-29 Luglio, costo 20€
Il ritratto di Dorian Gray a villa Lysis a Capri, 18 Agosto, costo 10€

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Mamm ‘e ll’Art – Calendario

E’ alla seconda edizione il festival Mamm ‘e ll’Art a Lauro, che si svolgerà in tutto luglio nella cornice del Palazzo Pignatelli. Ecco i primi eventi, al quale se ne aggiungeranno nei prossimi giorni degli altri. (Informazioni provenienti dalla loro pagina fb)

Lunedì 2 Luglio 

Ore 10:30 Realizzazione Murales in P.zza Mercato a cura di Gabriele Falzone.
Ore 16:00 Presentazione “La Rabbia” di Salvatore Vivenzio presso Palazzo Pignatelli.
Ore 19:00 Live Drawing con Pasquale Qualano, Giovanni Esposito e Gabriele Falzone presso palazzo pignatelli

dalle 19:00 Musica dal vivo e aperitivo di chiusura

LA RABBIA di Salvatore Vivenzio, disegni di Gabriele Falzone
È la rabbia di Cesare a dargli la forza di resistere ai colpi, alla morte del padre, a una vita dura e faticosa. La rabbia che gli permette di resistere tra le strade di Quindici, dove i colpi di proiettile suonano come le campane della Chiesa. È la rabbia a portarlo sul ring, a mettergli i guantoni, ad annebbiargli la vista quando dovrebbe ascoltare Teodoro, l’allenatore che lo ha tolto dalla strada.

Venerdì 6 Luglio

Concerto della Band
PRETTY ROSE AND THE SWING MACHINE
Ingresso gratuito
Previsti Stand Gastronomici

Sabato 7 Luglio – ZERO – ore 21.00

Dopo il successo dell’anno scorso, il cinquecentesco Palazzo Pignatelli sarà meravigliosa cornice del II Festival dell’Arte. Il 7 Luglio ospiterà il teatro di narrazione targato Il Demiurgo e La Caverna – Teatro

ZERO
è uno spettacolo teatrale di narrazione, solo due attori e una storia, anzi tante storie che però raccontano lo stesso.

2011: infuria la guerra in Libia e i cacciabombardieri europei attraversano l’Italia e sotto le rotte di quegli aerei c’è un “adolescente banale”, che tutto vuole tranne che preoccuparsi di una guerra in un mondo lontano. Ma la lontananza non è questione di chilometri. Lo ha imparato osservando le stelle: 628,7 milioni di chilometri possono sembrarti un niente se quello che guardi è grande come Giove.
1995: In Italia una bambina conosce un uomo, è sorridente, è allegro, ha una bella famiglia. Ma viene da lontano, oltre l’Adriatico. E la bambina è troppo piccola per sapere cosa vuol dire essere Bosniaco nel 1995. Ma un uomo è un uomo e una storia è una storia, anche se raccontata senza usare parole. Solo adesso, una bambina diventata lei stessa adulta, riesce a decifrare il significato di quell’incontro.
Cosa hanno in comune queste due storie raccontate da due coetanei? Sono vere. Il fatto che siano ambientate nello stesso posto, non vuol dire che raccontino dello stesso luogo. Ognuno di noi ha avuto a che fare con gli avvenimenti che capitavano nel mondo anche se ha sempre vissuto dalla stessa parte, basta fermarsi a pensare, a raccogliere i ricordi e capire che, siano 500 chilometri o 628,7 milioni, la distanza può arrivare ad essere zero.

Storia e regia di Daniele Acerra
con Franco Nappi e Chiara Vitiello

INGRESSO 5 Euro

Domenica 8 Luglio 

La band Zero Resistance in concerto al Palazzo Pignatelli – Lauro (Av). Ore 21.00
Previsti stand gastronomici

Aspettando Mamm ‘e ll’Art! A Luglio a Lauro.

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All’improvviso mi arriva un messaggio da un amico, che m’invita alla conferenza stampa di presentazione del loro festival Mamm ‘e ll’Art, del quale è tra i promotori ed organizzatori. So poco e niente di Mamm ‘e ll’Art, ma mi basta vedere qualche foto della precedente edizione per rendermi conto che si tratta di un’idea geniale, volta a coniugare diverse forme artistiche quali musica, teatro, disegno, fotografia, facendo leva solo sulle forze del luogo. Così mi precipito a Lauro, per incontrare Daniele Acerra e gli altri ragazzi del Demiurgo, la compagnia teatrale di cui fa parte.

Dopo la presentazione nella sala consiliare di Lauro, Daniele senza perdere tempo, mi mostra quale sarà la location del festival e così facciamo subito un giro nel tris di palazzi storici che incorniceranno Mamm ‘e ll’ Art: Palazzo Pignatelli, il convento delle Rocchettine, la casa natale di Umberto Nobile ed il museo a lui dedicato; sullo sfondo invece, all’interno del paesaggio, c’è imperiosa ed aguzza l’Abbazia di Sant’Angelo, alla quale salii, qualche anno fa – nel silenzio assoluto – nel giorno di Natale, in un sentiero tra case e ulivi. E’ in quest’ossatura di palazzi, sommersi di dettagli storici che Daniele mi elenca con orgoglio e che sarebbe tedioso tutti in questa sede riportare, avrà luogo la manifestazione. Tutto ciò però è di riferimento per chi quest’estate vorrà avvicinarsi a Mamm ‘e ll’Art e ci fa capire, alla svelta, almeno due o tre cose: 1) non è esattamente un posto qualsiasi, non siamo nell’arena di un centro commerciale; 2) potremmo passare diversi pomeriggi a studiare la storia di Lauro, volendo, ma non è detto che vogliamo farlo, in ogni caso non si tratta di un paese privo di monumenti o di interesse storico, anzi, lo è molto più di altri 3) capiamo che una parte dei suoi abitanti ne ha parecchia di fantasia, a cominciare dal nome del festival.

– Ma in cosa consiste Mamm ‘e ll’Art? – chiedo a Daniele a bruciapelo mentre mi parla degli affreschi pagani sulla scalinata del palazzo – I monaci li fecero coprire, perché considerati blasfemi – continua a raccontarmi, e nel frattempo adocchio una bellissima sirena dipinta. E’ evidente che, anche se caratterizzati da praticità organizzativa – perché in ogni caso i ragazzi del Demiurgo da un po’ di anni s’impegnano affinché le loro idee diventino vere – a forza di stare lì in mezzo tra monti, chiese e storie di Nobile – un po’ restano sempre immersi in un altro tempo.

Così la smettiamo di parlare di storia e ci focalizziamo sul calendario di eventi, che verranno distribuiti in tutto luglio, con maggiore attività nel week-end.

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Teatro: tre rappresentazioni teatrali di tre compagnie, delle quali una gratuita e le altre due, dal prezzo irrisorio di 5€ (produzioni Il Demiurgo + La Caverna). La prima delle tre, Zero, scritta proprio da Daniele Acerra, in tre capitoli vuol far riflettere lo spettatore sul tema della guerra; come lui stesso mi spiega, il titolo rappresenterebbe proprio la distanza tra eventi lontani ed eventi  vicini che in determinate situazioni finisce per annullarsi: la guerra risulta con noi. Differentemente dalla sua precedente sceneggiatura, Paura del Buio (la prima rappresentata a Napoli nella chiesa dei Santi Severino e Sossio nei pressi di S.Marcellino), non ci si riferisce adesso alla seconda guerra mondiale, ma ad eventi molto più vicini: la guerra in Libia del 2011 e quella in Bosnia svoltasi tra il 1992 e il 1995. Ma magari ve ne parlerò più nel dettaglio nei giorni a venire.

Continuando in ordine di anti-commercialità (ovvero considerando quanto potrebbero essere questi temi di richiamo per il grande pubblico), Franco Nappi (Il Demiurgo + La Caverna) scrive invece una sua interpretazione del De Profundis di Oscar Wilde, che come in molti ricorderanno dalle loro letture liceali, consisteva in una lunga lettera scritta al suo amante dal carcere. L’idea di Franco – mi spiega meticolosamente – è di esaminare la storia da quattro differenti punti di vista, ognuno appartenente ad uno di quattro personaggi, che sono: 1) Oscar Wilde, 2) il suo amante, 3) la moglie-vittima, 4) un immaginario compagno di cella (introdotto da Franco, ma non presente nel De Profundis) che scopre le lettere di Wilde. I quattro punti di vista verranno messi in scena in quattro spettacoli rappresentati in giorni diversi e con attori differenti. A Mamm ‘e ll’Art si inizia con il primo: la storia vista dal compagno di cella di Wilde. Verranno letti nella rappresentazione frammenti originali del testo di Wilde, non si perderà quindi l’eleganza delle parole di uno dei migliori scrittori di tutti i tempi.

Dunque, che si tratti questa di una sceneggiatura a cui sia caro il tema dell’omosessualità, oppure che presenta imparziale le vicende di Wilde? Sicuramente bisognerà vederla per capirne il messaggio. Nel frattempo, io – senza poco scherzare – consiglio loro di contattare la lega Arcobaleno e distribuire un po’ di volantini ai prossimi gay pride. In ogni caso, con questo di Franco siamo già al secondo soggetto difficile: dopo le guerre in Libia e Bosnia, a Mamm ‘e ll Art si ripropone anche il difficile problema di un uomo sposato in realtà innamorato appassionatamente di un ragazzo. Concetti che per quanto i tempi siano cambiati e si abbia una relativa maggiore apertura nei confronti dell’omosessualità, sono tuttora attuali. Ancora considerato un tabù specialmente nei piccoli paesi, il problema viene risolto proprio con matrimoni che possano confondere le acque.

La terza e ultima rappresentazione del festival sarà Na Santarella, della compagnia Teatr@arci di Saviano. Sarà probabilmente quella di maggiore richiamo, trattandosi Scarpetta di un intramontabile della tradizione napoletana. Anche su questa, maggiori dettagli a venire.

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Disegno e fotografia

Ma il disegno? La fotografia? Mamm ‘ell’Art è così traboccante che potrei scrivere fino a domani mattina insistendo con dettagli mentre sicuramente il 70% di voi lettori si sarà arenato al secondo paragrafo di quest’articolo.

  • Per quanto riguarda la fotografia sarà organizzato un workshop con una modella in cui saranno spiegate le tecniche per il ritratto fotografico, avvalendosi delle conoscenze  di Luigi Sgambato di Lauro, fotografo. Ovviamente ci sarà anche una mostra fotografica, riguardante sempre ritratti.
  • Il 2 luglio sarà poi presentato il graphic novel “La Rabbia” di Salvatore Vivenzio disegnato da Gabriele Falzone, ambientato a Quindici, pubblicato per Shockdom. 

Non mancheranno i concerti, diverse serate, con gruppi locali: swing, jazz ed altro. Per maggiori informazioni conviene consultare direttamente il calendario che sarà pubblicato nei giorni a venire.

In ultimo, Daniele mi porta a vedere i murales. Quello realizzato l’anno scorso da due artisti di Milano proprio durante Mamm ‘e ll’Art, e un altro di un autore naïf (Pignataro) che fu realizzato una ventina d’anni fa, con la collaborazione anche dei bambini del paese, purtroppo – si rammarica – piuttosto mal tenuto. Quest’anno – continua Daniele – ne faremo ancora un altro, realizzato da Gabriele Falzone, il disegnatore di La Rabbia.

Anche i quadretti all’ingresso del paese, mi mostra, sono ormai ridotti in pessimo stato: diversi sono cadut  e andrebbero sostituiti. Ma per ora non è tra le priorità del paese. Alla mia domanda – forse irriverente – di come sia finanziato tutto questo, mi viene fatto capire che il comune sovvenziona quasi sempre le iniziative dei giovani (anche se Mamm ‘e ll’Art potrebbe/dovrebbe avere il pregio di essere un festival non troppo costoso con potenzialmente un ottimo risultato). Un’opera ammirevole, in un paese tristemente noto per altri problemi, la cui tranquillità, per chi non ci vive, confonde e rende inimmaginabili le piaghe che colpiscono più che altro i loro abitanti e mai i visitatori.

Insomma, non resta che aspettare e vedere se Mamm ‘e ll’Art sarà all’altezza delle aspettative. Se dal mondo platonico delle idee, scenderà giù diventando azione, movimento, realtà.

N.B.: questo articolo è stato scritto interamente con la mano sinistra. Chi mastica un minimo di neuropsichiatria saprà perché. A dettarmi le parole è stato l’emisfero destro, quello legato all’intuizione. E Mamm ‘e ll’Art è una meravigliosa intuizione.

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Report dal Comicon 2018: Manara vs Frank Miller, Gatta Cenerentola e l’Isola dei Cani

Una breve incursione al Comicon anche quest’anno, entrando ad orari strategici e in un giorno con scarso afflusso: per lunedì 30 Aprile i dati delle prevendite mostravano infatti che il clou ci sarebbe stato nei giorni di sabato e domenica 28-29 Aprile. L’esperienza dimostra che se non si hanno motivazioni social è meglio godere degli stand vuoti a inizio fiera, stavolta però la mostra mercato fin dall’inizio non è sembrata particolarmente ricca, questo probabilmente perché, sorpassati i giorni di fuoco, gli stand erano stati già svuotati e non c’era più molto da comprare. Potrei tranquillamente ammettere, senza peccare in superbia, di possedere più cose interessanti a casa mia, opinione confermata e condivisa anche da altri visitatori che, pur essendo scesi di casa con budget notevoli, non sono riusciti a spendere neanche un euro. Per quanto riguarda me, in tutto ho speso 2€ per una bibita poi pentendomi visto che ne ho avute altre 3-4 regalate dai classici camioncini di Coca Zero e Red Bull omaggio. In ogni caso, seppur dal punto di vista degli stand questo Comicon 2018 è parso sottotono, non lo è stato per nulla dal punto di vista del programma. All’ingresso, alle 12.20, guardo per un attimo il “Dailynews” e osservo che alle 12.30 ci sono Milo Manara e Frank Miller, evento notevole di cui ero già a conoscenza, anche se non avevo basato i miei movimenti su di questo, perché, a “far calcoli” a queste fiere, si può rischiare di rimanere delusi.

Nessuna delusione, mi avvio al Teatro Mediterraneo e osservo una fila spaventosa di persone che aspetta sotto al sole e chiaramente non ho nessuna intenzione di unirmi a loro, apprendo inoltre che per entrare all’evento è necessario “un invito” ritirabile facendo un’altra brevissima fila (con 3-4 persone) e nonostante si vociferasse che i biglietti fossero già finiti e combattendo con altre informazioni fallaci, mi procuro un invito e mi guardo bene dal mettermi sotto al sole. Mi viene riferito che con l’invito si entra sicuro, e la fila al massimo può influire su una questione di posti, quindi attendo che si aprano i cancelli e che questi 7 km di esseri umani entrino nel teatro, così solo dopo – senza aver fatto un minuto di attesa – entro anche io, e mi siedo davanti a tutto senza alcun problema, visto che i posti c’erano e in fondo la gente non ha la verve di cercare dei posti un po’ più avanti.

Così ecco che mi ritrovo di fronte ai miei due disegnatori preferiti: Frank Miller e Milo Manara. Milo Manara è uno standard al Comicon di Napoli e più di una volta l’avevo fotografato molto da vicino, ma la presenza di Frank Miller è assolutamente un evento straordinario. E’ a lui che si deve la rivoluzione del fumetto americano, perché, come dice Milo Manara, i suoi non sono supereroi, ma eroi omerici. Sono vibranti di passione, forti e complessi, dotati di fragilità umana nonostante i loro talenti e le loro qualità superiori.

I due autori si sono e già incontrati a San Diego e a Lucca stanno pensando di fare un fumetto insieme. E’ la terza o quarta volta che s’incrociano e a quanto rilasciato in quest’intervista doppia (modera il direttore del Comicon), Miller scriverà una sceneggiatura per Manara. L’idea di Manara – dichiara all’inizio – è di introdurre un personaggio fragile, simile a quello protagonista dell’America di Kafka – in un mondo spietato come quello di Sin City. A Milo piacerebbe utilizzare l’America di Miller, che è un’America ben diversa da quella di Kafka, che non aveva mai viaggiato oltreoceano, come ambientazione per le sue storie. I due autori continuano a raccontare e a rispondere alle domande, in un excursus sulla loro carriera e sulle conoscenze comuni, quali Hugo Pratt, Moebius ed anche autori che per loro sono stati di riferimento, come Alex Raymond (Flash Gordon) e Kirby.

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Sia in quest’evento che in quello immediatamente successivo (Non chiamateli cartoni animati, Mad Entertainment, Sala Italia), s’insiste sul fatto che il fumetto, così come il cinema d’animazione, sono forme narrative e perciò comprendono in sé tutti i generi.
Secondo Manara il fumetto ha preso il ruolo che l’arte – rappresentata dall’Accademia – aveva perso, diventando un elemento solo borghese. Il fumetto recupera quel ruolo sociale che l’arte non ha più, di elemento rappresentativo della collettività. Veicola un messaggio, ed è uno strumento che avvicina alla libertà: con un foglio e una matita, senza aver necessità di grandi capitali come nel cinema, è possibile creare un mondo e dar vita alle proprie idee.

Un discorso analogo lo si fa in Sala Italia, dove sono ospiti alle 14 il regista di Gatta Cenerentola, film d’animazione di produzione napoletana liberamente ispirato alla fiaba Gatta Cenerentola di Basile, contenuta ne Lo cunto de li cunti, e l’animatrice dell’ultimo film di Wes Anderson, L’isola dei cani, la coreana Kim Keukeleire.

Infatti, appena uscita dall’auditorium, dopo aver sentito Manara e Frank Miller, trovo una breve fila con quest’altra presentazione che sarebbe iniziata da lì a pochi minuti, e dato che mi erano interessati molto entrambi i film (su Gatta Cenerentola già avevo scritto qualcosa, e Wes Anderson non mi dispiace: ne parlo qui), mi godo anche l’aria condizionata di Sala Italia.

Qui si parla del ritorno all’animazione classica e alla stop motion, che contrariamente a quel che potrebbe sembrare, sono queste due, oggi, a rappresentare i campi di sperimentazione e innovazione. La 3d, che un tempo stava ad indicare il futuro, è adesso utilizzata per film di grande vendita e da case gigantesche come la Pixar, perciò al momento sono solo l’animazione tradizionale e la stop motion ad essere garanzia di film d’autore. Anche nella stop motion c’è molta ricerca e la si combina con il digitale per ottenere nuovi effetti.

Nell’animazione c’è spazio per tutti – dichiara il regista di Gatta Cenerentola, Marino Guarnieri – chiunque abbia una velleità, qualcosa da dire, può dedicarsi all’animazione. C’è bisogno di molto lavoro, di qualunque tipo: anche se vi dedicate all’origami, al punto e croce, potete avere un ruolo, la stop motion si può fare con qualsiasi cosa.

Per quanto riguarda Kim, le sue parole a fine incontro sono state: “Siete fortunati, a poter partecipare ad eventi come questi. E’ molto importante darsi da fare e lasciarsi ispirare. Non dovete aspettare.”

Così dopo queste due presentazioni, decido di andare finalmente a vedere qualche stand e dico addio all’aria condizionata del Teatro Mediterraneo, mi butto nella bolgia infernale di caldo, mancanza d’aria e otaku dai capelli unti che normalmente frequentano il Comicon. Nonostante l’impegno non trovo niente da comprare che sia più bello di ciò che posso trovare in una normale fumetteria, neanche un portapenne di Sailor Moon in uno stand ufficiale riesce a convincermi dato che l’avrei tranquillamente trovato pure altrove. La fiera ormai è molto affollata, siamo nel primo pomeriggio e un bel po’ di ragazzini in cosplay animano i parchi verdi della Mostra d’Oltremare. Sto quasi per gettare la spugna e andar via quando – dopo qualche rapida telefonata in cui cercavo persone senza trovarle – mi rendo conto di non essere stata all’Asian Village, e in effetti era da un po’ che cercavo il classico palco con concerti di giapponesine cinciuncian senza trovarlo: il tutto si è spostato ben oltre l’area gdr e ristoro, in quell’anfiteatro in cui avevo visto, nel passato, mostri sacri come Robert Plant dei Led Zeppelin e – ancor più mostro sacro del precedente – Keith Jarrett. All’Asian Village non c’è molto ma se non avessi recuperato quella zona avrei perso una delle cose che particolarmente m’interessava del Comicon 2018, la mostra su Akira, di cui ricorre il trentennale. Nel frattempo, si esibiscono Rose e HaruLu, due giapponesine in minigonna. Mi siedo un po’ sugli spalti – all’ombra – ma sul 95% di quei gradini il sole batte cocente e fa caldo (non si tratta di un’area per concerti diurni, no), così decido di abbandonare il Comicon. Dopo aver visto Miller e Manara insieme qualsiasi altra cosa ormai non mi riesce a dare sensazioni superiori, anche se nel complesso – come anche negli anni precedenti – posso dire che il Comicon è riuscito e continua ad essere tra le migliori fiere del fumetto italiane.

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La fila per Manara e Miller all’ingresso del Teatro Mediterraneo

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Altri scorci della fila

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L’animatrice dell’Isola dei Cani di Wes Anderson

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